Siccome il marketing come noi lo conosciamo lo hanno inventato gli anglosassoni, i termini inglesi usati in questo settore hanno sfumature che nella traduzione italiana si perdono, o assumono significati improbabili.

E poi ogni parola riflette un po’ l’anima del suo popolo.
Dici marketing e pensi a presentazioni su lavagne luminose in stanze con vista panoramica su Manhattan; ma se dici mercanteggiare, nel migliore dei casi vuol dire che ti trovi al mercato del pesce, e nel peggiore vuol dire che sei invischiato in traffici scarsamente leciti.

D’altra parte ci vuole pelo sullo stomaco anche per colpire i target.
Che sarebbero gli obiettivi, ma considerare le persone come obiettivi ci fa sembrare più cattivi di quello che siamo.

Se colpisci un target sei un pubblicitario, se colpisci un obiettivo sei un cecchino.
E’ vero che a volte i comunicatori possono risultare un po’ cinici, ma se possibile cercano di evitare inutili spargimenti di sangue.

Anche per questo preferiamo gli asettici e puliti brainstorming alle tempeste di cervelli, troppo splatter.

Però quando il dovere chiama sappiamo essere spietati e mirare dritti al “core”.
Al core business, ovviamente. Che non è un affare di cuore, ma il cuore degli affari.
Gli anglosassoni non sono romantici quanto noi italiani.

Invece per noi, quando c’è di mezzo il “core” è sempre e comunque una questione di sentiment.
Al limite, di market sentiment.